Alberto Benini
Casimiro
Ferrari
L’ultimo
re della Patagonia
Baldini Castoldi Dalai editore
– 2004
ISBN 88-8490-661-X
Per gentile concessione dell'autore
pubblichiamo il capitolo relativo alla prima salita del Cerro Murallon,
avvenuta il 14 febbraio 1984 da parte di Casimiro Ferrari, Carlo Aldè,
Paolo Vitali.
Versione stampabile pdf
347KB
Murallòn:
una super via!!! (Pag.137)
Ormai la faccenda Murallòn
sta prendendo per Casimiro e per l’ambiente dei Ragni le caratteristiche
di una sfida e le modalità di un assedio. E’ il principio di dicembre
del 1983 quando, con Casimiro, ripartono quattro giovani Ragni: Fabio Lenti,
Marco Ballerini, Carlo Aldè, Paolo Vitali. Marco Ballerini a Lecco
è rapidamente diventato un personaggio: si può dire che sia
il primo free-climber lecchese, il primo ad attrezzare le vie dall’alto,
a “liberare” le vecchie vie artificiali, a vestire in maniera diversa.
I suoi scontri con molti dei vecchi, e naturalmente anche con Casimiro,
passeranno alla storia. Ma il granito del Murallòn, che sembra fatto
apposta per permettere una elegante salita in libera, è una bella
tentazione che può valere le attesa nella truna e una permanenza
in un ambiente non congeniale. Occorrerà quello che è sempre
mancato: il bel tempo, ma qui entra in gioco anche il calcolo delle probabilità:
non potrà essere eternamente brutto.
Il curriculum di Paolo Vitali,
che ha solo diciannove anni, fa letteralmente paura, e mette un po’ in
ombra quello del suo coetaneo Carlo Aldè, che guardato attentamente
non scherza affatto ..... I due per partite devono ottenere uno speciale
permesso per rimandare la naja, ma questo sembra il minore dei problemi.
La barca che parte da Punta Bandera per l’Estancia Cristina è piccola:
Casimiro manda avanti tre giovani, che arrivati sotto la montagna, visto
il bel tempo decidono di non perdere tempo in trasporti, ma di attaccare
la parete di ghiaccio e misto sulla sinistra dello spigolo. Salgono veloci,
favoriti dal ghiaccio di ottima qualità, installano un deposito
e ridiscendono alla base, dove nel frattempo è arrivato Casimiro.
Comunicano che in un giorno da quella via si può raggiungere la
cima, poi conquistata la cima ci sarà tutto il tempo per affrontare
lo spigolo. Ma Casimiro non ne vuol sentire: sono li per lo spigolo e spigolo
sarà. Il giorno dopo salgono a recuperare il materiale e il brutto
tempo comincia a darci dentro. Si da inizio all’assedio: si scava una truna
alla base dello zoccolo e due privilegiati si installano a turno al suo
interno in attesa di una schiarita. Il record di permanenza consecutiva
se lo aggiudica Paolo Vitali con diciassette giorni, nove dei quali con
Casimiro. Gli altri si ricoverano al Rifugio Pascal e aspettano. A Natale
scendono alla Cristina a riprendere fiato e contatto col mondo. Ci trovano
Egidio Spreafico ed il presidente dei Ragni Giuliano Maresi, armati di
panettone. Negli scarsi intervalli di bel tempo riescono a superare lo
zoccolo e circa metà dell’elegantissima torre che dedicano a Benvenuto
Laritti (morto nell’estate dell’83) lasciando in tutto un centinaio di
metri di corde fisse.
Il 6 febbraio, domandando
alla Banca nazionale del Lavoro che ha sponsorizzato tutta l’impresa qualche
altra liretta per prolungare il soggiorno il presidente del gruppo traccia
questo bilancio: “Dopo il balzo dei primi e unici giorni di bel tempo,
la spedizione è rimasta bloccata alla base delle parete da un continuo
incessante maltempo. In condizioni limite per il vento e la pioggia sono
riusciti comunque ad attrezzare ancora cento metri di parete nel tratto
che si presenta come il più impegnativo (dalla base sono praticamente
saliti di seicento metri sulla immane parete). Nei trentotto giorni di
maltempo consecutivo gli alpinisti hanno dovuto rifare la grotta di ghiaccio
(truna) che li riparava dal vento per ben quattro volte. Verso il 22 gennaio,
esauriti i viveri e psicologicamente provati, decidono di abbandonare momentaneamente
la partita. Con i soliti problemi di trasporto raggiungono El Calafate
per rifocillarsi, dare notizie in Italia, decidere il da farsi. (...) decidono
di rimanere in tre: Casimiro Ferrari, Carlo Aldè, Paolo Vitali.
Pertanto nel momento in cui due prendevano la via del ritorno i tre tornavano
verso la montagna nella speranza di uno spiraglio di bel tempo”.
Intanto nella truna il tempo
sembra non trascorrere mai, tutto il materiale è bagnato fradicio,
e nell’alternarsi di brevi riposi e improvvisi risvegli, gli alpinisti
hanno perso la consapevolezza dell’alternarsi giorno/notte. Ce ne sarebbe
abbastanza per essere scappati da un pezzo.
A Lecco lo sanno tutti: ritornato
all’inizio del 1983 dal Murallòn, Casimiro è andato in ospedale
per operarsi di ulcera. Il chirurgo ha aperto e subito richiuso: “Tumore
allo stomaco: da tre a sei mesi di vita”, è stato il suo verdetto.
I compagni dell’82-83 ricordano di averlo visto uscire dal ghiacciaio dopo
il tentativo fallito al Murallòn, grigio in volto e tenendosi la
pancia per il dolore .... e sanno di una seconda operazione che ha, almeno
in parte, tamponato una situazione che rimane comunque molto critica e
certamente priva, a lungo termine, di sbocchi positivi.
L’uomo che attacca il Murallòn
per la terza volta è dunque ben oltre il termine di sopravvivenza
fissato dalla scienza. Anche se qualcuno comincia a scherzarci sopra: “Sarai
tu alla fine, cattivo come sei, a far crepare il cancro....” eppure tutti
restano sconvolti dalla sua calma assoluta mentre se ne sta nella truna,
per giornate intere, fumandosi una sigaretta dopo l’altra. E poi, finitele,
si mette a raccogliere i mozziconi, per farsi delle altre sigarette col
poco tabacco avanzato .... Poco importa se questo suo agitarsi vanifica
i tentativi dei suoi compagni, nella truna satura di umidità, di
restare un minimo all’asciutto.
Gli unici, sporadici contatti
con il mondo, li consente una radiolina che di tanti in tanto riesce a
captare le trasmissioni di Radio Calafate.
Paolo, che pensa di imparare
chissà quali trucchi, si sente rispondere, quando domanda come è
meglio unire due spezzoni di corda, “Fai un nodo!” Non è tecnica
la sapienza di Casimiro, e lo scarto tra due generazioni è fortissimo,
anche se Carlo Aldè fa notare che Miro usava già, per unire
le corde, il nodo che negli anni a venire verrà denominato “galleggiante”
e che all’epoca non era descritto in nessun testo.
Dieci febbraio, quando ormai
sono rimasti soltanto i giorni per arrivare all’aeroporto, i tre
abbandonano la partita. Anchilosati dalle settima di inattività,
camminano doloranti sul ghiacciaio, ma giunti a metà del suo attraversamento,
esce il sole: Casimiro propone una sosta per asciugare il materiale. La
schiarita si prolunga e Casimiro ritorna el jefe: poche ore dopo sono di
nuovo in parete.
La via continua compatta e
verticale. Casimiro segue: prenderà il comando solo negli ultimi
tiri di ghiaccio. Davanti si alternano Vitali e Aldè. Si sale in
scarponi, tirando in libera fin dove si arriva e poi usando friends come
appigli: la consegna è chiara e non ci sono discussioni; come dice
Paolo: ”A trasportarle al lago quelle lunghezze le fai tutte in libera
al secondo tentativo”, ma l’arrampicata in quel luogo è solo una
delle componenti della salita, forse nemmeno la più importante.
Un bivacco alla base ed uno
in cima alla Torre Ben, il terzo sotto una lastra staccata, che viene battezzata
Tunnel Pininfarina, per la somiglianza del clima al suo interno con la
galleria del vento, il quarto ormai completamente fradici e senza
più cibo, sui pendii sommitali in un gradino scavato nel pendio
di ghiaccio, quando manca poco alla vetta ed il tempo è ritornato
orribile.
In vetta non c’è tempo
nemmeno per gioire. Fradici e ghiacciati decidono di scendere per il facile
versante opposto: “Andremo verso il Cile, ci piazzeremo su un fiordo a
mangiare bacche di calafate finché vedremo passare una lancia...”.
Camminano, con un metro o
due di visibilità e la corda tesa fra di loro nel tentativo di mantenere
una direzione. Casimiro, che è davanti, si vede sparire ad un tratto
il terreno sotto i piedi e precipita in un seracco, trascinando con sé
i compagni. Si fermano, seduti sul suo bordo solo perchè Casimiro
é finito anche lui su un ripiano orizzontale diversi metri più
in basso. Si smarriscono nella nebbia e nella bufera e, dopo un giorno
passato a girovagare ed un altro bivacco (il quinto) in un crepaccio, quando
per un attimo le nuvole si aprono, si ritrovano ad un centinaio di metri
dalla vetta. A questo punto capiscono che in questo modo non ne verranno
mai fuori e decidono di scendere in un altro modo. Casimiro propende per
il lungo e vergine spigolo sud est (oggetto nel1999 di un tentativo in
salita di Mannoyer e Sourzac) , Paolo e Carlo optano per ripercorrere
in discesa la via di salita. Dopo una discussione dai toni piuttosto accesi,
Casimiro accetta il punto di vista dei due compagni, le cui età
sommate non raggiungono la sua. Hanno tre corde: una buona, una ramponata
ed una con un nodo a metà. La misura della spossatezza dei tre é
data dal fatto che lanciando la prima doppia, Casimiro se ne lascia scappare
di mano il capo. Il vento la cattura ed ora diventa davvero proibito sbagliare.
Per evitare che il vento sbatta da tutte le parti le corde, sono costretti
a zavorrare i capi appendendoci uno zaino. Inizia così un impressionante
serie di discese su un ancoraggio singolo lungo i 1500 metri di spigolo,
con un bivacco al Tunnel Pininfarina, dove ritrovano la corda caduta che
avrebbe potuto tranquillamente andare a finire a 100 chilometri di distanza:
cosas patagonicas. Per attrezzare le ultime doppie impiegano nuts, i gradini
di alluminio delle staffe conficcati a martellate nelle fessure.... e chiodi
da ghiaccio piantati nella roccia. Giunti in fondo, Casimiro confessa ai
due che in vetta era veramente preoccupato di non riuscire più a
scendere da nessuna parte....
Passeranno anni prima che
Paolo e Casimiro riprendano a parlarsi e sarà proprio Casimiro a
fermare Paolo che si allena correndo sulle pendici del Due Mani per complimentarsi
con lui per le salite in Val Qualido. E a proposito del correre il montagna
Carlo ricorda che Casimiro, quando lo incontrava impegnato in tale attività,
scuoteva la testa e gli diceva: “Piantala lì, vieni in baita che
ti regalo un paio di uova e un po’ di insalata”.
Chi é davvero l’uomo
di quasi quarantaquattro anni che attraversa da solo, per l’ultima volta
il ghiacciaio Upsala, diretto verso le tortillas cotte nel grasso di pecora
e la stufa dell’estancia Cristina? Che cosa starà pensando quell’uomo
che sa di camminare con la morte attaccata allo zaino, ma che malgrado
questo (o forse per questo?) qualche giorno prima, mentre percorreva lo
stesso ghiacciaio, sconfitto per la terza volta, dopo mesi di snervante
permanenza in un ambiente inospitale, aveva trovato la forza di fermarsi
all’apparire di una schiarita, e poi di ritornare verso la montagna, in
compagnia die due appena maggiorenni, sapendo benissimo che il brutto tempo
li avrebbe comunque nuovamente aggrediti in parete o lungo la discesa?
Darei non so che cosa per riuscire solo ad immaginarlo.... Forse, ripercorrendo
quei passi, gli tornano in mente le parole dette ai compagni per convincerli
a ritentare.... quasi la “orazion picciola” di dantesca memoria che Ulisse
rivolge ai suoi marinai persuadendoli a varcare le Colonne d’Ercole per
esplorare il “Mondo senza gente”.
Ma forse, per restare nel
concreto, la misura più esatta dell’impresa del Murallòn,
è dato dal fatto che solo vent’anni dopo, il 4 dicembre 2003, la
parete sarà di nuovo superata lungo una nuova via. A farlo
saranno Robert Yasper, Stefan Glowacz e Klaus Fengler, che definiranno
quella di Casimiro Paolo e Carlo: “Una super via, una delle più
grandi realizzazioni in Patagonia”, scegliendo per la loro nuova realizzazione
il significativo nome di The Lost World: ci sono, per fortuna, posti che
non cambiano nel tempo.
Casimiro soleva rimproverare
a qualcuno fra i giovani: “I Ragni ti hanno dato di più di quanto
tu hai dato loro”.
Viene da domandarsi, davvero,
al di là della carica polemica di quest’uomo straordinario tanto
nel suo bene che nel suo male, quanto Casimiro abbia insegnato, rifuggendo
sempre da atteggiamenti pedagogici ad amare, a soffrire, a capire la montagna.
E quanto del difficile che ha seminato abbia dato i suoi frutti.