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Intervista a Paolo Vitali tratta da:
ALP
n°123 - Luglio 1995 - pag.22 -
La storia in pillole della rivoluzione, appunti sul decennio 1980-1990
nelle Alpi occidentali e neli USA.
A
cura di Marco Scolaris.
Q1)
E' mutato il rapporto uomo-montagna:
siamo passati dall' avventura-esplorazione dell'allpinismo classico
alla
performance sportiva pura e semplice?

R1) Credo che il
maggiore cambiamento negli ultimi dieci
anni nel rapporto uomo-montagna sia dovuto alla perdita di
quell'immagine,
tipica degli anni '30 e '40 e sopravvissuta fin'ora, della montagna
come
elemento da "conquistare", contro il quale si deve lottare per
sopravvivere
e per "vincere" (che cosa poi?!). Negli anni '70 e '80 si è invece
sviluppata una mentalità tra il dissacrante ed il
contemplativo,
per arrivare fino ai gioni nostri, con gli spit, ad uno spirito più
"ricreativo". Si tratta di un cambiamento sicuramente positivo, non
ancora
concluso: in alcuni ambienti certi retaggi del passato mascherati come
etica non sono ancora scomparsi.
Q2)
La tecnica ha portato cambiamenti profondi,
sia per quanto riguarda l'allenamento sia per i nuovi materiali
impiegati.
Quale è stata l'importanza di queste novità?
R2)
Potrebbe
sembrare un controsenso ma credo che siano
state proprio le nuove tecniche a creare nuovi spazi di avventura ed
esplorazione.
Con la preparazione e specialmente grazie alle falesie tante esperienze
inizialmente esaltanti (vecchie classiche annoverate fra le piu'
impegnative)
perdevano di fascino: in un certo senso scompariva
l'avventura.
In altre zone piu' avanti, in Svizzera e Francia, ripetendo vie in
montagna aperte dal basso, con spit e difficoltà nettamente
superiori mi si sono spalancate le porte di immensi spazi da
esplorare
con questa nuova ottica: salire su terreno vergine al massimo delle
proprie
capacità tecniche, al limitedel volo, era per me una nuova avventura,
e gli spazi trascurati non mancavano.
Q3)
Fine dell'alpinismo di punta sulle Alpi?
Quale futuro possiamo tentare di immaginare, visto che molto di quello
che andava di moda ieri oggi appare inflazionato, mentre il terreno
sembra
quasi del tutto esaurito?
R3)
Ottimista per natura, credo in un prossimo futuro
molto ricco ed interessante. Saranno i nuovi climber a scegliere con le
loro ripetizioni le classiche di domani. La tendenza sembra rivolta
verso
vie belle su roccia buona, con protezioni sufficienti a
garantire
la sicurezza della cordata, ma a non negare un po' di
brivido.
Non so se le aperture in stile "Kamikaze" (belle esperienze solo per
i primi salitori, perche' poi chi va a ripeterle?) potranno avere un
seguito.
Io sono un alpinista del tempo libero, ed i miei limiti in falesia
condizionano
le difficoltà massime delle nuove salite in montagna. Quando dei
veri professionisti ( e qualcuno c'e' gia') si dedicheranno a
quest'attività,
allora nasceranno le vie estreme delle nuove generazioni. E gli spazi
da
sfruttare in questo senso, fuori dai circoli conosciuti sono
tuttora
enormi. Ma una cosa ritengo debba cambiare rispetto al passato: chi
apre
una via dovrà mettersi nell'ottica dei ripetitori, "spendendo" del
tempo a migliorarla e pulirla per presentarla come lui stesso
vorrebbe
trovarla. Anche l'alpinismo solitario avrà sicuramente nuove frontiere.
Personalmente pero' non riesco ad apprezzare le solitarie
autoassicurate,
mentre non credo ragionevole spingersi slegati su difficolta estreme,
vicine
ai limiti dell'arrampicata sportiva, dove il margine di errore è
minimo: per lo sponsor non vale la pena di rischiare la
pelle.
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