LE ALPI VENETE - primavera/estate 1997
ALLE SOGLIE DEL DUEMILA E'
ORA DI CAMBIARE MUSICA
di Silvia Metzeltin
In margine alla vicenda dei Ragni di Lecco.
ALLEGRETTO SCHERZOSO
Prendiamola alla larga. Quando un club si chiama "alpino", alberga
e richiama un po' di tutto quanto si riferisce in qualche modo al mondo
dell'Alpe. Di solito l'alpinista che vi aderisce non pensa a questa poliedricità
e all'inizio equipara nel suo immaginario "alpino" ad "alpinistico". Quando
Poi si rende conto della differenza, trova o crea nell'ambito dello stesso
club un proprio spazio specifico, nel quale sentirsi protagonista di un'attività
che in montagna lo porta oltre i sentieri, su per le rocce ed i ghiacci,
ricevendone stimoli e soddisfazioni che secondo lui lo innalzano al di
sopra di tutti gli altri frequentatori dell'Alpe. Spesso questi altri mostrano
disinteresse nei suoi riguardi, a volte anche un pizzico di invidia.
Ma si, perché un po' della patina eroica rivestente coloro che vanno
su e giù per gli strapionbi in fondo piacerebbe anche a quasi tutti
gli altri. Quindi il club è una grande famiglia, ma nella
famiglia gli alpinisti si fanno il proprio "gruppo" per ben chiarire le
differenze tra i diversi modi di andare in montagna. Nel "gruppo" non si
accettano certo tutti, bisogna essere più o meno bravi, più
o meno simpatici di solito anche, e dopo ci si può aiutare a vicenda
per dedicarsi all'attività più impegnativa, alle uscite in
palestra e in montagna oggi, sulle montagne del mondo domani. E visto che
dei risultati eroici o sportivi del gruppo beneficia l'immagine dell'intero
club, il "gruppo" viene considerato un portabandiera e riceve anche qualche
appoggio. Può succedere però che al club l'attività
del "gruppo" interessi sempre meno e alla fine lo abbandoni al suo destino,
vale a dire alla corrente sempre più impetuosa dei mutamenti sociali,
nei cui vortici il "gruppo" può galleggiare, annaspare o affogare
in vari modi. E l'immagine come va a finire ? La domanda rimane aperta.
Ecco: se volete considerare in forma breve e scanzonata certe vicende dei
gruppi alpinistici, dai modesti "gruppi rocciatori" sezionali ai "gruppi"
la cui fama è diventata nazionale o addirittura internazionale,
quello che vi ho appena esposto e un possibile piccolo modello. In realtà
non intendo porgervi un
modello, ma una provocazione. Una provocazione per riflettere sul posto
dato attualmente all'alpinismo nell'ambito delle nostre associazioni dei
vari club alpini, e intendo alpinismo in senso stretto, dal contenuto tecnico
o esplorativo di un certo rilievo, quell'alpinismo che come passione costituisce
un filo conduttore determinante per la vita del singolo.
ANDANTE MOSSO
La vicenda dalla quale prendo lo spunto è quella che riguarda
i Ragni di Lecco, gruppo alpinistico la cui immagine fa ancora oggi perno
su Riccardo Cassin e la cui fama ha meritatamente valicato i confini dell'Italia.
I Ragni sono una specie di simbolo alpinistico per la città di Lecco,
che ne è in particolare orgogliosa, un po' come gli Scoiattoli per
Cortina, e del resto fra i due gruppi c'è una sorta di gemellaggio.
L'alpinismo praticato dai Ragni è stato sempre contrassegnato da
un fiuto per i problemi alpinistici di avanguardia e da un forte spirito
di gruppo. I Ragni hanno anche fatto proprio l'esempio di solidarietà
della prima ascensione alla parete Nord-Est del Pizzo Badile, quando la
cordata di Cassin si è fatta carico di quella più debole
dei comaschi in concorrenza incontrati in parete. Per me, l'episodio di
solidarietà più esemplare nella sua schiettezza è
quello dello sperone del McKinley, dove Gigi Alippi si tolse gli scarponi
per darli al compagno dai piedi congelati e scese in calze - dico: in calze
- da quella difficile via di rocce e ghiaccio che i Ragni avevano aperto
nel gelo dell'Alaska.
Nel 1996 i Ragni hanno festeggiato il cinquantenario della loro fondazione,
ma la festa purtroppo non è riuscita bene. Ci sono state manifestazioni
simpatiche, è uscito un bel libro che traccia la storia del gruppo
e non nasconde nemmeno qualche difficoltà avvenuta in passato al
suo interno, però sono esplose divergenze che vanno ben oltre scontate
incomprensioni
personali o locali. Ne sono conseguite dapprima le dimissioni
di Gigi Alippi, poi in blocco quelle di altri 8 "Ragni". La questione resa
pubblica ha scosso oltre l'ambiente alpinistico anche quello cittadino,
per diventare subito di dominio ampio, poiché data la notorietà
del gruppo non se ne sono impadronite solo le televisioni lombarde, ma
anche la stampa nazionale con echi addirittura oltre i confini. Ma cosa
è successo ?
TORMENTATO GRAVE
Per festeggiare la ricorrenza, i Ragni volevano offrire al mondo alpinistico,
e soprattutto alla propria città, una bella impresa, degna della
loro fama. Oggi è tuttavia sempre più difficile trovare una
meta che soddisfi contemporaneamente sia il mondo alpinistico, sia un grande
pubblico ormai avvezzo all'alpinismo- spettacolo veicolato dai mass media.
Per essere
apprezzati dal grande pubblico, conviene presentarsi con mete che siano
in qualche modo già conosciute, facili da pubblicizzare, e non con
qualche originalità di alpinismo d'avanguardia. Per esempio, può
darsi che oggi non sarebbe stata capita una scelta equivalente a quella
del Cerro Torre che i Ragni presero nel 1973 e li portò a un grande
zuccesso
alpinistico internazionale.
La decisione presa per il 1996, che so complessa e sofferta, ha lacerato
il gruppo. Perché da una parte c'erano gli alpinisti che vivendo
la loro appartenenza al gruppo nella tradizione aspiravano a una meta d'avanguardia,
e dall'altra gli alpinisti che cercavano un'impresa che avesse risonanza
soprattutto all'esterno del mondo alpinistico. Per finire "vinsero" quest'ultimi,
i quali optarono per una spedizione al K2, visto che un "ottomila" si presenta
sempre bene al grande pubblico.
Il K2 comportava però anche tutto il contorno di permessi,
di tasse e di spese alle stelle. Così anche i Ragni finirono per
sottostare alle perverse consuetudini istauratesi nei paesi dove per salire
le montagne bisogna prenderle in affitto: trovare i permessi (c'è
chi li compera e poi li rivende) e trovare aiuti per risolvere pastoie
burocratiche, trovare i molti soldi
necessari non guardando sempre per il sottile gli sponsor o stringendo
alleanze (in questo caso con il CNR per misurare la quota del K2), alleanze
che a volte si rivelano infelici sul terreno per reciproca incomprensione
degli scopi, o ancora chiamando in aiuto un ente pubblico e suscitando
così anche discussioni di principio ...
La vetta del K2 venne raggiunta, per la via normale del 1954 lungo
lo Sperone Abruzzi, ma disgrazia volle che morisse uno dei partecipanti,
rimasto indietro da solo durante la discesa. Quanto bastò non solo
per addolorare ovviamente tutti, ma per sollevare in seguito aspre critiche
sul significato dell'operazione nel suo complesso. Da questo insieme sono
derivate appunto le dimissioni dal gruppo di parecchi "Ragni", sostanzialmente
perché si sono sentiti traditi nei loro ideali e nelle loro aspettative.
Prosegue una lunga coda di polemiche che non tendono a placarsi perché
hanno toccato un disagio di fondo del mondo alpinistico attuale, ed è
questo il maggior motivo di riflessione.
ADAGIO ASSAI
Quello che è successo ai Ragni potrebbe succedere a qualunque
altro gruppo alpinistico piccolo o grande, non solo in Italia. Anzi, per
andare oltre il fatto locale, vorrei riferirmi a una vicenda contemporanea
per certi versi simile, che, pur avendo ancora altri risvolti di importanza
nazionale e coinvolgente altri interessi, può risultare embiematica
per tutto l'alpinismo
europeo.
Senza veli, penso che si possa riassumere così: per appoggiare
la penetrazione economica della Francia sul mercato della Cina, viene messa
in piedi una grossa spedizione franco-cinese sulla parete nord dell'Everest,
in territorio tibetano. Spedizione pesante, con molte attrezzature, squadre
di cineoperatori, riprese dall'elicottero e così via. Una spedizione
quindi che rappresenta in essenza un notevole supporto pubblicitario per
la Francia. Visto da parte di un paese controntato con la disoccupazione,
trovare lavoro all'estero con questo mezzo non è per nulla disdicevole.
Nemmeno è disdicevole che singoli alpinisti, in questo caso guide
alpine, abbiano assicurato il loro contributo per realizzare l'operazione:
lavoro è lavoro, per la pagnotta uno puo anche attrezzare tutto
l'Everest. Si tratta di una scelta individuale, che si può discutere
e che lo è stata, ma che rimane tale. Il problema risiede altrove,
e non solo nella coerenza fra dichiarazioni e comportamento del singolo
alpinista.Secondo me, il vero problema sta nella "benedizione", ovvero
nell'appoggio morale e pratico che le associazioni alpinistiche e i loro
gruppi danno troppo spesso a questo tipo di operazioni. In Francia, il
CAF però si è mosso, dichiarandosi alla fine contrario all'operazione
Everest, mentre la oggi più potente FFME è favorevole. Discussioni
roventi a non finire, coinvolgenti molti aspetti, dall'ecologia alla politica
cino-tibetana. Ma la FFME è il club referente riconosciuto dal Ministero
"Jeunesse et sport" da cui riceve i contributi: vale a dire che la FFME
si trova con le mani legate dalle opportunità politiche e i dirigenti,
anche se sono alpinisti di grande valore e competenza come in questo caso,
devono stare al gioco.
Per fortuna, i Ragni non si sono trovati al confronto con problemi
di questa ampiezza, ma nel fondo il problema rimane lo stesso e per certi
versi, compreso l'investimento di denaro pubblico, lo schema si ripete.
Per gli alpinisti è difficile trovare attualmente nei club un riferimento
chiaro, incisivo e operativo. In genere manca un appoggio concreto per
incentivare un alpinismo che, pur essendo consono ai tempi, non sia essenzialmente
veicolo pubblicitario o spettacolo. Singole iniziative lodevoli, come in
Italia il Premio Consiglio o il Premio Crepaz (che considerando il numero
di persone potenzialmente interessate si possono però considerare
disattesi - anche questo motivo di riflessione), non bastano quando mancano
indicazioni più forti e più impegnate sulle scelte generali.
TORMENTATO LENTO
In quasi tutti i paesi, il mondo associativo ha cercato di evitare
lo scomodo confronto con le modalità di certe forme di alpinismo
e con le loro conseguenze. Non è riuscito ad elaborare in tempo
una propria linea di riferimento o non l'ha osato. Di solito ha rimosso
dalla coscienza gli interrogativi alpinistici che scottano: la sua latitanza,
se non è proprio una
colpa, mi sembra per lo meno un peccato di omissione. Forse anche untoccasione
d'oro perduta. Quanto sta succedendo, quanto vi ho sommariamente esposto
sulle vicende dei Ragni di Lecco e della Francia ma che capita anche altrove,
consegue alla carenza di visione alpinistica nella maggior parte dei club.
La presa di posizione nei riguardi degli'"ego-trip" dell'alpinismo-spettacolo
e della scarsa sportività nella competizione in atto sulle montagne
del mondo è stata più che tiepida. In particolare è
mancata la seria opposizione a una delle cause di molte aberrazioni e tragedie,
e cioè ai divieti di libera frequentazione della montagna e all'esosità
delle burocrazie soprattutto asiatiche, da cui sono derivati il commercio
dei permessi, la ricerca di sponsor ad ogni costo, una malsana competizione
mascherata. I club non solo hanno socchiuso in genere gli occhi di fronte
al deteriorarsi della situazione, ma tollerano perfino che vengano giustificati
comportamenti come quello dell'abbandono di compagni in difficoltà,
lasciando teorizzare questi comportamenti quale sviluppo normale dell'alpinismo
di punta. Se al limite può essere scusabile che nell'emergenza in
alta quota e senza sufficiente ossigeno per le
proprie cellule ci si voglia rifare al "si salvi chi può", è
invece vergognoso che ciò venga teorizzato come normalità,
come moda da seguire senza scrupoli, quando a casa di ossigeno nel cervello
dovrebbe essercene di nuovo abbastanza.
APPASSIONATO CON FUOCO
Che oggi gli alpinisti siano disorientati di fronte a tutto questo,
che percepiscano disattese quando non calpestate le loro passioni, mi sembra
logico. Direi che hanno aspettato fin troppo per reagire. Le citate dimissioni
dei "Ragni" vanno interpretate in questo senso. I club non possono trincerarsi
dietro il fatto che la maggioranza dei propri soci probabilmente non si
occupa di alpinismo: dal momento che l'alpinismo è - ancora - uno
degli scopi statutari della maggior parte dei club alpini, essi hanno il
compito di seguirne l'evoluzione e di offrire una linea di riferimento.
Si tratta di cercare una linea attuale, certamente flessibile e aperta,
ma anche ferma nelle proprie scelte e consapevole delle conseguenze di
immagine.
I club alpini sono responsabili, di fronte ai propri soci e a tutta
la collettività, anche per l'immagine che offrono: non solo perché
ricevono quote associative e pubblici contributi, ma perché alla
società umana sono necessarie passioni e ideali di riferimento,
perché è utile proporre un possibile modo per rendere più
bella e intensa la vita, per riempirla di emozioni
forti, di esperienze di libertà e solidarietà congiunte.
Proprio perché nell'alpinismo si può realizzare questa che
molti giudicano un'utopia, tali riferimenti vanno rispettati e non traditi:
essi rappresentano una magnifica testimonianza di valori, rincuorante nelle
sue molte dimensioni positive anche per chi non andrà mai in montagna.
Silvia Metzeltin
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